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strage Charlie Hebdo

L’immagine più forte è quella che ritrae un poliziotto francese a terra. E’ ferito a una gamba e implora due uomini incappucciati di non ucciderlo. Due secondi dopo, un colpo di AK 47 in testa lo finisce.

E’ solo il corollario di una mattinata di terrore e sangue a Parigi: una città che in trenta secondi si è vista decimare la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, sotto mira degli estremisti islamici per via di alcune copertine ritenute blasfeme nei confronti del profeta Maometto. I terroristi, che secondo alcuni testimoni parlavano perfettamente il francese, sono entrati in redazione sapendo che di mercoledì avrebbero trovato il direttore e i suoi più stretti collaboratori. Li hanno sorpresi mentre discutevano la bozza del prossimo numero in uscita e urlando in arabo frasi come “Allah è grande!” hanno fatto fuoco massacrando undici persone sul colpo, ferendone cinque. Un redattore morirà poco dopo.

Fin qui la cronaca. La cronaca dell’inferno sulla terra: un massacro annunciato, forse presagito anche dagli stessi vignettisti di Charlie Hebdo, che in uno dei numeri più recenti avevano ironizzato sulla possibilità di essere ammazzati a breve. “Aspettiamo fine gennaio – scriveva il direttore Stèphane Charbonnier, tra le 12 vittime – per farci gli auguri”. Gennaio è appena cominciato e la Francia è in lutto, così come in lutto sono tutti coloro che credono nella democrazia e nella libertà. Fino a quando si ucciderà la penna con il piombo non ci sarà pace e giustizia per nessuno. Ecco perché, giornalisti e non, oggi più che mai siamo tutti Charlie Hebdo.