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giornalismo spazzatura

Se potessimo additare solo i giornalisti nella pantomima surreale che accompagna da settimane la tragedia del piccolo Loris Stival, magari si potrebbe pure piangere con un occhio solo.

I media spettacolarizzano, eccedono e – come la cronaca recente ci insegna – talvolta mettono in scena autentiche pagliacciate per attirare la morbosità dei telespettatori. Tutto ciò è gravissimo, sia chiaro, sotto l’aspetto deontologico e non di meno sotto quello umano. Però mi chiedo se non sia ancor più disgustoso percepire una sorta di complicità da parte dei protagonisti, diretti o indiretti, della tragedia con il carrozzone mediatico. Mi riferisco in primo luogo al cacciatore che ha ritrovato il corpo di Loris nel suo mulino: lo stesso che con fare “ammiccante” strizza l’occhio all’inviata di Barbara D’Urso dopo un finto incontro casuale in piazza.

Nel clima di un crimine efferato, come quello che ha coinvolto un bambino di 8 anni, sembra che qualcuno si sia dimenticato che non siamo a carnevale e che non c’è nulla da ridere. Anche il padre di Loris, che ora per bocca del suo avvocato chiede di essere lasciato in pace dai media, dimentica che per primo gli si è concesso in pasto, da La Vita in Diretta al Corriere della Sera. Difficile dunque pensare che la stampa mollerà la presa: un po’ come un’amante che non si è riusciti a tenere a bada fin dal primo momento e che ora si sente autorizzata all’invadenza. Lo fa in maniera spesso rozza e volgare ma osa, dal momento che tutti – chi più chi meno – l’hanno fatta prima entrare a casa e poi frugare nei panni sporchi, di sangue e fango.