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Scrivere un reportage sulla corruzione nelle scuole ed essere insigniti del Pulitzer. Il più alto premio giornalistico americano: il sogno di tanti cronisti, che si realizza però solo raramente. È successo nel 2015 a un cronista 40enne, Rob Kuznia, redattore – fino a qualche tempo fa – per il Daily Breeze, un giornale locale di Los Angeles che vende circa 65 mila copie al giorno.

Rob, dopo 15 anni di onorata carriera ha deciso di lasciare perdere le inchieste e mettersi a fare il portavoce di un’associazione privata. Perché? Risposta prevedibile quanto emblematica: non riusciva a pagare le bollette. Qualcuno avrebbe potuto aiutarlo, valorizzare il suo talento, ma nessuno lo ha fatto. Quello che è successo al talentuoso Rob, magari senza arrivare a vincere un Pulitzer, in Italia succede ogni giorno. Ci sono bravissimi giornalisti che appendono la penna al chiodo e fanno altro. Chi se ne frega, direte voi. E invece no.

Provate a immaginare cosa accadrebbe se nessuno si sbracciasse per scoprire i retroscena delle decisioni nei palazzi del potere; se nessuno vi raccontasse i dedali degli affari sporchi che ruotano intorno a certi appalti. Se nessuno parlasse più di mafia e ricatti. Sareste rincoglioniti dalle solite voci ufficiali; sareste privati della possibilità di farvi una sana opinione. Ma il merito è morto e un bravo cronista diventa pizzaiolo. L’editoria in crisi salva chi ha già il salvagente. Ad annegare è solo la buona stampa.



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