L'Editoriale
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L'editoriale di Antonio Spitaleri

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Un sacerdote che abusa del suo ‘potere’ per violentare ragazzini già provati da atrocità è la rappresentazione del male assoluto. Perché quello che dovrebbe essere un rifugio diviene una ulteriore condanna; forse la condanna definitiva per vittime probabilmente destinate a non riprendersi completamente dagli inferni subiti in terra.

Il dato peggiore dell’ennesima storiaccia di cronaca nera che riguarda un prete e dei bambini è proprio questo: l’accanimento nei confronti dei più fragili. Adesso l’opinione pubblica (scenario visto e rivisto) sarà divisa tra gli accusatori della Chiesa senza distinzioni e gli ottusi difensori anche della mela marcia.

Al netto dell’orrore e del chiacchiericcio da bar, mi auguro finalmente che per troppe povere vittime arrivi il momento del riscatto, della salvezza, della pace interiore. Perché questo martirio abbia fine, una volta per tutte.



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Minacce a giornalisti che fanno il proprio dovere. In Sicilia sono sempre di attualità e ultimamente sono costate l’arresto al siracusano Francesco De Carolis, autore di un messaggio vocale inequivoco e violento nei confronti del cronista Paolo Borrometi, già da tempo sotto scorta per aver denunciato gli affari e i nomi della mafia siracusana.

Ma, ripeto, l’episodio è l’ultimo di una lunga schiera, nel tentativo di imbavagliare quei pochi che, ogni tanto, preferiscono non voltarsi dall’altra parte di fronte a un abuso, a un sopruso; allo stupro dei diritti in una terra che lotta per togliersi di dosso l’olezzo della mafia.

Dietro le minacce ai giornalisti siciliani c’è un mix tra odio e paura; odio per chi vuole mettere in piazza affari e vergogne, paura di perdere il rispetto di quella parte del popolo che ha supinamente tollerato e obbedito. La svolta, alla fine della fiera, non la fa un giornalista che racconta ma un popolo che lo difende. Perché, implicitamente, difende se stesso.



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Muore Totò Riina; muore un simbolo del male, della paura e della barbarie come regola di dominio; un simbolo dell’epoca buia delle stragi. Come prevedibile, in molti hanno tirato un sospiro di sollievo: lo hanno fatto pubblicamente, chi in maniera più colorita, chi con frasi ad effetto.

Nell’epoca del diritto di parola incontrollato, ovviamente, non è mancato l’esercito dei sostenitori del boss: degli addolorati, degli pseudo mafiosi convinti e dei disturbatori. Francamente, siamo abituati a leggere anche questo su internet e non ci stupiamo quasi più quando qualcuno a parole esalta la memoria di un mafioso, contestando il mondo di diritto a cui per una vita quel personaggio oscuro si è opposto.

Mi lascia però perplesso che il messaggio di odio che sgorga dal ricordo di Riina possa essere preso seriamente ad esempio da qualcuno; che possa elevarsi a moda, a simbolo. Perché a chi ha insanguinato l’Italia per decenni non può e non deve essere concesso il ruolo dell’eroe. Quello che resta di un mafioso è l’odore acre del sangue e del tritolo. L’incenso spetta alle vittime, di mafia e di antimafia.



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Antonio Spitaleri

Antonio Spitaleri, giornalista professionista, è il direttore responsabile del Gruppo Radio Amore. In quattordici anni di carriera ha lavorato a Roma, Siracusa, Catania. Già corrispondente dell'Agenzia nazionale radiofonica Area, per 7 anni ha curato la cronaca nera e la giudiziaria ad Antenna Sicilia, prima emittente tv siciliana, conducendo tg e trasmissioni d'informazione. Laureato in Giurisprudenza e utopista del giornalismo: crede che la realtà vada raccontata e difesa. Nonostante tutto.