L'Editoriale
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L'editoriale di Antonio Spitaleri

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Muore Totò Riina; muore un simbolo del male, della paura e della barbarie come regola di dominio; un simbolo dell’epoca buia delle stragi. Come prevedibile, in molti hanno tirato un sospiro di sollievo: lo hanno fatto pubblicamente, chi in maniera più colorita, chi con frasi ad effetto.

Nell’epoca del diritto di parola incontrollato, ovviamente, non è mancato l’esercito dei sostenitori del boss: degli addolorati, degli pseudo mafiosi convinti e dei disturbatori. Francamente, siamo abituati a leggere anche questo su internet e non ci stupiamo quasi più quando qualcuno a parole esalta la memoria di un mafioso, contestando il mondo di diritto a cui per una vita quel personaggio oscuro si è opposto.

Mi lascia però perplesso che il messaggio di odio che sgorga dal ricordo di Riina possa essere preso seriamente ad esempio da qualcuno; che possa elevarsi a moda, a simbolo. Perché a chi ha insanguinato l’Italia per decenni non può e non deve essere concesso il ruolo dell’eroe. Quello che resta di un mafioso è l’odore acre del sangue e del tritolo. L’incenso spetta alle vittime, di mafia e di antimafia.



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Siamo stati abituati negli anni a confrontarci con le ideologie più disparate; con gli eccessi, con i controsensi. Mai però avrei potuto pensare di dover riflettere sulla storia di un esponente del mondo gay, offeso e minacciato su facebook da altri omosessuali per via del suo orientamento politico.

Avete capito bene: per una parte del mondo gay non esiste che un solo colore politico. Se qualcuno, come ha fatto Sandro Mangano, ex presidente nazionale dell’associazione GayLib, professa di essere simpatizzante della destra, sostenitore di Nello Musumeci e fervente cattolico, si scatena il putiferio. E così via agli insulti, alle bestemmie, alle minacce.

Evidentemente la tanto professata libertà di pensiero, che è uno slogan costante nella lotta omosessuale, si arresta di fronte a un pensiero diverso. Le vittime diventano carnefici, dimostrando il volto di un razzismo imbarazzante, spietato, controproducente. E di questo teatrino c’è ben poco da essere orgogliosi



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Da una recente inchiesta dell’Unione degli Universitari emergono dati sconfortanti circa il costo delle rette degli Atenei in Italia. Si parla di un aumento del 61% della pressione fiscale universitaria dal 2009 ad oggi e francamente, al netto della crisi globale, il dato sembra veramente esagerato. Come spesso accade, escludendo le poche borse di studio a disposizione e i redditi minimi, sono le famiglie medie a risentire del salasso.

Colpa, da un lato, delle minori erogazioni di fondi pubblici e dall’altro dell’incapacità di offrire adeguate soluzioni ‘collaterali’ agli universitari italiani, che ben poco sanno – soprattutto perché ben pochi Atenei hanno stipulato apposite convenzioni – dei prestiti d’onore, da scomputare dopo l’ottenimento del titolo di studio e a patto di raggiungere annualmente determinati obiettivi. L’Italia, insomma, rimane stritolata dalla propria arretratezza, se non culturale di certo gestionale.

Le Università continuano a ragionare in modo antico, con carrozzoni molto spesso poco tecnologizzati e al contempo costosissimi. Tutto, o quasi, sulle spalle delle famiglie medie, dei loro stipendi bassi e la soglia di sopportazione fin troppo alta.



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Antonio Spitaleri

Antonio Spitaleri, giornalista professionista, è il direttore responsabile del Gruppo Radio Amore. In quattordici anni di carriera ha lavorato a Roma, Siracusa, Catania. Già corrispondente dell'Agenzia nazionale radiofonica Area, per 7 anni ha curato la cronaca nera e la giudiziaria ad Antenna Sicilia, prima emittente tv siciliana, conducendo tg e trasmissioni d'informazione. Laureato in Giurisprudenza e utopista del giornalismo: crede che la realtà vada raccontata e difesa. Nonostante tutto.