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In attesa di San Valentine......

“Penne d’amor perduto”
Ovvero, Napoli città d’amore negli scritti degli autori e nei luoghi degli amanti.

“Fenesta ca lucive e mo nun luce,
segno è ca nenna mia stace malata:
s’affaccia la sorella e me lo dice:
“Nennella toia è morta e s’è atterrata,
chiagneva sempe ca durmeva sola,
mo dorme co li muorte accumpaganata”

Sono le strofe sofferte, i primi versi di una chanzon d’amour celebre ai più e sconosciuta a pochi, “Fenesta ca lucive” appunto, composta intorno alla seconda metà dell’Ottocento dal poeta Mariano Paolella su note d’ispirazione popolare, su parole nate dai vicoli, echi di amori sfortunati all’ombra dei bassi, tra gli umori della plebe più sanguigna. E sono versi che, ben più di innumerevoli e tediosi trattati di scienze umane, illustrano il legame profondo, viscerale, che Napoli, città partorita dalla passione e dal tormento, ha da sempre instaurato con i suoi figli, col suo “popolo”: fonte di amore sfrenato, “eros” dalle forme e dalle assonanze classicheggianti, ma anche “thanatos”, fiele puro, repulsione infera, totale. Sentimenti forti, che si avvinghiano l’un l’altro, osteggiandosi, mordendosi a vicenda, come i due serpenti, fratelli eppur nemici, che s’intrecciano sul caduceo del dio Mercurio. Forse la passione nasce proprio da questa rara tolleranza di dolore e necessità, dall’ incontro delle pulsioni più forti e primitive, dagli istinti vitali, ma anche da quelli mortiferi, che ognuno si porta dentro, fin dalla nascita. La stessa città affonda le sue origini nel mito della Sirena Partenope, la donna-pesce, la “donna a metà”: ella è infeconda, non può generare, la sua natura è ibrida e perciò l’amore non la può sfiorare, la passione la può solo consumare. Solo morendo il suo grande corpo di pesce o uccello antropomorfo potrà generare, potrà “dare la vita”: e Napoli, la sua eterna e ribelle creatura è ancora qui, a testimoniare la fruttuosità del suo sacrificio, la valenza del suo gesto d’amore.
Il mito ci racconta le gesta degli dei e degli uomini, elabora i significati reali attingendo al nostro immaginario fantastico, trasfigura i luoghi, pietrifica il tempo come lo sguardo di una Gorgone: e quale città può offrire lo stesso campionario di miti e leggende, di luoghi e scenari paradisiaci? Quale altra metropoli può vantare una cornice sì preziosa ed incantevole, unica nel suo genere?
Il Vesuvio a cingerle il capo, il mare del golfo a cullarla d’ inverno e rinfrescarla d’estate, Posillipo a carezzarle il ventre, togliendole l’affanno, e poi più in là, i Campi Flegrei ribollenti e sulfurei, a riscaldarle i piedi; davanti a sé lo spettacolo del Mediterraneo, Capri imperiale, Ischia verdeggiante, Procida schiva e ridente; e poi, gemme brillanti e lucenti, ecco laggiù i suoni ed i colori di Amalfi, i profumi di Sorrento, gli acquarelli di Positano…
Di quante sfumature si tinge l’amore? Quanti i toni e gli accenti della passione?
Napoli li conosce tutti, conosce i segreti più intimi degli amanti, ne assorbe gli umori e a sua volta ne è assorbita; amica fedele, confidente sincera, accompagna i baci appassionati e le languide carezze, gli scherzi e gli screzi degli innamorati più focosi. Storie di amori coniugali, di baruffe giocose, di passioni fedifraghe e conturbanti, di “corna” temute e conclamate, ah, quante declinazioni conosce l’amore! Da dove partire, e dove approdare in questa immaginaria carrellata sui tempi e sui luoghi cari alla dea Venere?
Nel “Simposio” di classica memoria, il saggio Socrate ci descrive le fattezze e le gesta del divino Eros, che in barba alla tradizione non vanta natali illustri, non è figlio della dea Afrodite, ma è il frutto generato da due divinità minori, quali la Necessità e l’Espediente: ebbene il pargolo, nato all’addiaccio e sotto lo sguardo pallido di Selene, è decisamente lontano dall’idea del puttino barocco che s’è cristallizzato nel nostro immaginario. Eros è scalzo, lacero, i piedi polverosi e le vesti cenciose, il musetto sempre sporco ed il sorriso sempre pronto: e ditemi, non è forse il ritratto spiccicato dello “scugnizzo” napoletano, di un piccolo “demonio” dei vicoli? Non vi ricorda forse lo “sciuscià” di De Sica, o le pagine più struggenti e drammatiche di Malaparte? Il dio dell’ Amore non fa parte del Pantheon greco, non ha mai visto la cima innevata del Parnaso: la sua culla fu un “vascio”, umido e affollato, la sua balia una mammana dal seno prosperoso, il suo arco uno “strummolo”, la sua corda una “funicella”; balocchi semplici, scolpiti nel legno, per tasche esigue e pance “vacanti”, da giocarci in strada, sotto lo sguardo distratto e materno delle capere dal lungo crine, mentre il “Vesevo” maestoso rumoreggia lontano, incurante o quasi delle miserie umane.
Ed è tra i vicoli limacciosi e i fondaci bui di una Napoli stracciona e popolare che il piccolo muove i suoi primi passi, guardando le passioni umane dal basso, senza filtro, per quello che sono, unione inscindibile, sintesi mirabile di istinto vitale, quasi ferale, e sacralità solenne, addirittura ascetica.
Eros è il re di un Carnevale eterno, immutabile come lo sono le stagioni, il suo corteo è quanto mai eterogeneo; una folla urlante e festosa di uomini e donne, vecchi e fanciulli, zingare janare e nani gobbuti, ognuno di loro almeno una volta nell’arco della vita ha ceduto alla passione, abdicando la ragione. L’ispirazione popolare, plebea, di quello che è il sentimento più profondo, più “nobile” che un uomo può esprimere, la si coglie in quelle esemplificazioni rituali di matrice ermetica che sono le fiabe: ogni fiaba racchiude in sé un preciso significato, un insegnamento prezioso, ed ogni racconto prende vita da una vicenda umana. E quale accadimento è più destabilizzante, quale cambiamento produce più scossoni dell’innamoramento? Ecco perché l’origine delle molte leggende, delle fiabe che le nostre nonne ci raccontavano armate solo di una pazienza infinita e delle loro carezze gentili, prende l’avvio dalla scintilla dell’Amore, che come un incendio investe poi tutta la nostra sfera sensibile, divampando indomita ed inarrestabile.
Splendido esempio di commistione culturale, operante tra l’ “alto” delle Accademie che fiorivan nei secoli passati, ed il “basso” della favolistica popolare, prettamente orale e di ambientazione rurale, Giambattista Basile, col suo “Lo Cunto de li Cunti” segna il passo della tradizione favolistica europea a cavallo del XVII secolo. Il “Boccaccio di Napoli”, così definito dai contemporanei, si discosta profondamente dal suo illustre predecessore: al posto delle elette e gentili dame affabulatrici, Pampinea, Fiammetta, Neifile, eccetera, qui troviamo cariatidi malandate quali Zeza la sciancata, Cecca la storta, Popa la gobba…un vero e proprio sabba di lamie tignose! E che fiabe sarebbero senza un “re”?Ma che re è quello effigiato nei vari cunti? Un re lazzarone, degno predecessore del buon Ferdinando di Borbone, detto “Nasone” per la sua nasca a dir poco regale: e ciò dimostra che le due figure, quella letteraria e quella storica , si sovrappongono perfettamente, speculari e simmetriche, figlie entrambe di quello stesso humus, dello stesso ambiente effervescente e fecondo che produsse le fiabe del Basile. Ma il vero motore, il cuore delle vicende narrate è l’amore sfortunato della principessa Zoza per il suo principe addormentato – notevole il rovesciamento dei ruoli qui operato, laddove il topos fiabesco vuole che sia il principe a conquistare la sua bella addormentata – con tutto il corollario di prove che la poveretta sarà costretta a superare per avere finalmente accesso al suo sogno d’amore. Ma dove si svolgono queste scene letterarie, quali sono i riferimenti reali del mondo onirico e fiabesco? Le direttrici favolistiche si muovono in direzioni semplici, se vogliamo: verso il basso, l’umido delle grotte oscure, verso il chiuso dei palazzi nobiliari, dei giardini fronzuti, delle camere private, e verso l’alto delle montagne, delle torri merlettate, delle cime delle foreste. Su di essa viene a sovrapporsi un’ altra topografia, tutta nostrana, che raffigura Napoli e i suoi quartieri secolari, quali il Pendino, Porto, Mercato, Chiaia; luoghi ridevoli ed altri malfamati, molti dei quali ormai scomparsi come il Mandracchio, il Pertuso,, il Pisciaturo, i Ferri Vecchi, i Lancieri; luoghi ameni, un tempo fuori porta come le colline di Posillipo, del Vomero e di Capodimonte: insomma, seppur parto della fantasia, la fiaba teneva ben presente le sue origini spazio-temporali, il suo esser figlia di un tempo e di un luogo che, sebbene sublimati in un limbo metastorico, erano comunque ben presenti e vivi nell’immaginario comune. Amico e concittadino del Basile, anche Giulio Cesare Cortese nella sua opera più conosciuta, la “Vajasseide” prende spunto dalla realtà del suo tempo per sfornare una delle più squisite parodie letterarie che mai furono azzardate. Giurista e letterato di prim’ordine, il Cortese si trovava alla corte fiorentina di Ferdinando de’ Medici quando lo solleticò l’idea di comporre un poema in versi da dedicare alle celebri “vajasse” napoletane: pare che una signorile dama di corte, cortigiana di fine aspetto ed arguto intelletto, rifiutasse le profferte amorose del napoletano con modi quantomeno bruschi ed inurbani, e cioè assestandogli una decisa “scarpettata” in piena fronte! In seguito alla delusione d’amore nacque l’idea di dedicare un’opera alle serve napoletane, dato che la nobildonna, nello specifico, non era stata di certo un fulgido esempio di signorilità e grazia muliebre, comportandosi forse peggio delle vere “signore del vicolo”, le matrone sguaiate e volgarotte che ben conosciamo. Da qui prende il là il componimento poetico, di stile classicheggiante ma di contenuto decisamente popolare, e che lo stesso Cortese definisce tale solo per sottolinearne l’intento parodistico, quasi un sonoro sberleffo ai componimenti epici e allo stile “marineggiante”, fortemente ridondante , dell’epoca.

“Le vaiasse so' bone p'ogne cosa
e sempemaie te danno 'sfazeione:
so' sempe frescolelle commo a rosa,
sanno servire po' tutte perzone.
Di' ca nne truove maie nulla schefosa
e che dica: “Ste cose non so' bone”.
Non se pò stare proprio senza loro:
ogne baiassa vale no tesoro”.

Testimonianza preziosa, dipinto ad olio dai contorni precisi, spaccato di vita del Seicento napoletano senza pari, nel poemetto si narra di amori maturi, di passioni contrastate, di terrene pulsioni, financo di una vera e propria rivolta delle vaiasse, in puro stile aristofanesco: come menadi invasate ed incollerite verso il Dio Amore, colpevole di non sorriderle nella scelta degli amanti, le popolane si ritirano sui Quartieri Spagnoli, dove un tempo v’era l’aqquartieramento delle truppe iberiche, nonché un florido meretricio a cielo aperto – per le case chiuse si aspetterà ancora qualche secolo. Invano i padroni, i nobili che le avevano a servizio, cercheranno di smuoverne i bellicosi propositi, le vaiasse non cedono: dal loro Aventino bordellesco, non se ne curan più, avendo trovato amore e ristoro tra le braccia di prodi giovanotti spagnoli. Ma Eros è un dio capriccioso e vendicativo, e le punirà scagliando il suo anatema, i suoi strali colpiranno le donne nella loro intima natura: “Mastro Franzese”, il mal d’amore, l’infame marchio della sifilide, le contagerà e le riottose ribelli saranno condannate ad un destino di effimere lepidezze postribolari, un purgatorio terreno da scontare in vita, tra giacigli improvvisati e carezze mancate.
Le stesse atmosfere popolari, gli stessi suoni delle strade affollate, vene portanti del cuore cittadino, riecheggeranno nelle suggestive pagine che “donna Matilde”, l’appassionata Serao, dedicherà alla città in cui nacque e maturò il suo amore per le lettere. Greca di Patrasso,ma Napoletana da sempre, la fertile immaginazione della brillante giornalista e scrittrice venne facilmente impressionata dai chiaroscuri dei vicoli, dagli odori ferini dei fondaci, delle botteghe del ventre molle di Napoli, luoghi e figure di un tempo che ormai rivive solo nei libri polverosi, nelle parole di scrittori trapassati.
Nelle sue “Leggende napoletane” ritornano prepotenti i suoni e gli odori della sua infanzia in terra di Grecia, alveo materno, grembo fecondo di miti e leggende d’amor perduto e passione ritrovata:
“Le nostre leggende sono l’amore, e Napoli è stata creata dall’amore”, soleva ripetere instancabile, a chi le domandava il perché di quell’attaccamento così pervicace, quasi filiale, verso la sua città d’adozione.
“Sirena morente venuta dal mare, Partenope giacque sulla plagia del Chiatamone, e le sue spoglie salmastre al mare tornarono: le onde intonarono una prece commossa, i flutti piangenti ne portarono il corpo, mentre creature pelagiche, d’algida spuma, versavano lacrime invisibili, più salate del mare”.
E le onde del Mediterraneo ci rimandano echi di passioni sfortunate e amanti feriti, basta tendere l’orecchio e saper ascoltare.
“In una certa ora della notte, sulla bella riva di Posillipo, su quella gaia di Mergellina, su quella cupa del Chiatamone, su quella fragorosa di Santa Lucia, su quella sporca del Molo, su quella tempestosa del Carmine la barchetta fantasma appare, corre veloce sull’acqua, gli amanti si baciano lentamente, la figura dello sposo si erge sdegnata, la barchetta si capovolge”.
Quali i loro sfortunati nomi? Chi sono i novelli Paolo e Francesca? La Leggenda ce ne fornisce i contorni, Aldo e Tecla erano amanti, ma non mancava lo sposo tradito, il marito negletto: il loro sodalizio era nato maledetto, e la vendetta del “becco” fu spietata e senza appello, a morte entrambi! Da quella notte senza luna, i due furono inseparabili per davvero, ma i loro spiriti vagano ancora senza sosta, ed ogni volta che gli amanti si baceranno guardando le acque brune del mare alla sera, ecco i due lemuri palesarsi all’orizzonte, monito ai vivi di goder dell’amore, perché la vita fugge via veloce, come la barchetta stregata, laggiù tra le onde.
Certo una bella fortuna per i due derelitti, passar dalla barchetta solitaria e raminga, nido d’amore prediletto, alla barcaccia di animacce affollata, del dantesco Caronte! Ma non si dice forse che amare è un po’ morire? Chiedetelo alla “Regina di Cuori”, l’ardente e spietata Giovanna II d’Angiò, amante avida e passionale , ma senza scrupoli quando si trattava di liquidare un cicisbeo troppo insistente , o un prode troppo ardimentoso: la Regina era una donna lungimirante ed andava certo per le spicce, almeno a dar retta ai napoletani più affezionati alla storia patria, che ancora ne tramandano il ricordo. Forse i toni son fin troppo calcati, quasi gotici, ma il tempo smussa i ricordi e li ammanta del vello d’oro dei miti più belli: il ritratto che ne emerge farebbe impallidire il Conte Dracula in persona, con tutto il caravanserraglio di canini, cape d’aglio e paletti di frassino puntuti. La vulgata vuole che la nostra Fredegonda preferisse il tintinnar delle catene e le grida degli amanti supplichevoli alle parole dolci ed ai versi in rima baciata: virago insaziabile, parrebbe più una dominatrice in stile sadomaso, che una raffinata sovrana dai gusti forse un po’ eccentrici, eppure tenne il trono per oltre vent’anni tra vicissitudini d’ogni tipo. Teatro di battaglia fu il massiccio e possente Castelnuovo, per tutti solo il “Maschio”, di matrice Angioina, maniero sinistro e trecentesco, dove la Regina si intratteneva coi suoi “cavalieri serventi”: di indole democratica nonostante i tempi, Giovanna preferiva di gran lunga agli emaciati ed esangui nobilucci della sua Corte, giovani ed aitanti palafrenieri, soldati di fanteria, o semplici garzoni di bottega, purchè robusti ed in salute.
E per rimanere in tema di amori di Corte, come non ricordare gli amorazzi del già citato Ferdinando di Borbone, il Re Lazzarone? Non contento delle grazie giunoniche della legittima consorte, l’asburgica Maria Carolina, che pure gli aveva sgravato una quantità di figlioli degna di una Niobe, il buon “Nasone” prediligeva di gran lunga le forme sode e ruspanti delle quatrane, delle contadinelle fresche e ridenti: quando si dice passare dalla Corte al Cortile!
Dal Fusaro, agli Astroni, da San Leucio a Posillipo, passando per le dimore patrizie di Portici ed Ercolano, il nostro aveva disseminato il Regno di casini di caccia, che all’occorrenza si tramutavano in regali alcove dove ricevere le conquiste del momento: amante focoso, Ferdinando era di bocca buona, non disdegnando nessuna delle creature che il buon Dio gli aveva messo a disposizione, fossero dame cortesi o ruvide ragazzotte di paese. Non che la moglie gli fosse inferiore quanto a voluttà e ardimento amoroso: son passati alla storia gli intrighi di letto, le congiure chiassose ordite tra cuscini di seta e soffici lenzuola, i triangoli etero e le passioni saffiche della assai poco algida Austriaca. Carolina non nascondeva le sue tresche, tutti sapevano, tutti sparlavano: celebre una filastrocca che i lazzaroni canticchiavano nei dintorni del Palazzo Reale:

“Scetate Maistà, s’è fatto juorno:
Nun penzà cchiù a la caccia e a li figliole
Vide che fa Monzù cu la Maestà
Penza: ire ciuccio e mò si’ cervo,
Mena ‘a mazza ca sinnò si Re de cuorno”.

Dove il “Monzù” in questione altri non era che il potente Ministro della Guerra, Lord Acton, noto protetto della Regina, nonché fedelissimo della Corona Inglese. E proprio dalla Bretagna giungeva un’ altra famosa inglese, Emma Lyon, passata alla storia come Lady Hamilton, moglie inquieta dell’ambasciatore Sir William, nonché amante dell’ “Eroe dei Sette Mari”, il ciclopico Ammiraglio Nelson, fiero ed ostico marinaio, nemesi giurata del Corso Napoleone. A completare il quadretto, pare che madama Hamilton non fosse solo la concubina dell’ Ammiraglio – che tanto per cambiare era sposato a sua volta – ma anche l’ancella prediletta della Regina, con cui oltre alla passione per il potere, condivideva anche quella ben più ardente e dilettevole per gli amori fugaci e promiscui.
Erano anni di frivoli ardori, di dilettevoli facezie amorose, di amanti cangianti come i bocciuoli delle rose in primavera: tra sbuffi di cipria, chignon pericolanti, codini vanesi, pizzi e merletti, Napoli viveva il tempo della sua stagione più feconda. Il Settecento dei lumi scorreva sereno, e tra i molti stranieri che soggiornarono nel Regno uno più degli altri è degno di nota: Sua Maestà Il Gran Seduttore: signori, ma soprattutto signore, messer Giacomo Casanova!
Il “Divino Amante” alloggiò per tre mesi sul finire del 1770, in quel di Chiaia, al famoso albergo delle “Crocelle”, ed ebbe tempo in quell’esiguo frangente, di duellare alla morte col conte di Medini, pranzare da Lucullo nelle dimore nobiliari, giocare d’azzardo nelle bische intorno al porto, ed amoreggiare con donne e donnicciole d’ogni sorta, su tutte una bella madama francese, la Goudar, che si favoleggiava esser stata già amante di Re Nasone nei momenti liberi. Forse un po’ troppo per un singolo uomo, ma si sa, il Nostro amava le spacconate, e d’altronde dov’è mai scritto che il vantarsi sia peccato?
A passeggiar in quegli anni per Via Toledo, nel cuore della Napoli patrizia e signorile, c’era da fare incontri illustri ed inquietanti all’istesso: nel 1776, per quella via oziava un personaggio scomodo e conturbante, fuggito dalla Francia perché coinvolto in uno scandalo dagli accenti morbosi e pecorecci, degno di un giornalaccio scandalistico di quart’ordine.
Appreso il nome del forestiero, i napoletani d’allora non avrebbero tuttavia tratto da tal conoscenza soverchi motivi di interesse: grazie ad essa, infatti, sarebbero stati edotti della circostanza che il biondo viaggiatore risultava essere un nobile titolato d'Oltralpe, appartenente alla categoria, allora piuttosto affollata, dei marchesi, per di più con qualche trascorso giudiziario alle spalle.
Ben maggiore è invece l'attenzione che il nome in questione suscita in noi contemporanei, giacché esso, lungi dal riferirsi ad un qualsiasi nobiluccio del '700, appartiene a colui che è passato alla Storia come il "Divin Marchese", il famigerato Donatien-Alphonse-Francois de Sade. Eccoci una descrizione ictu oculi della Toledo che fu:

“Questa strada sarebbe indubbiamente una delle più belle che si possano vedere nelle città europee, se non ci fossero le botteghe, che avanzano fin quasi al centro della via deturpandola, tanto più che queste botteghe sono in genere costituite da salumerie o simili, il che da un senso di sporco e di maleodorante”.

Ne è trascorso di tempo da allora, e certo per scioccare un diavolaccio come de Sade, lo spettacolo delle vie napoletane doveva essere pane per genti dal palato rude e dal cuore calloso, rotta ad ogni genere di illegalità! Ma ditemi, cosa è cambiato da allora? Napoli non è forse la stessa unica, caotica baraonda che conobbe il Marchese, che descrisse sì mirabilmente il Dumas nel suo “Corricolo”? E che cos’è, anzi cos’era il corricolo? Era un semplice calesse, originariamente destinato a una persona, ma che grazie ad un’alchimia segreta possibile solo alle pendici del Vesuvio, arriva a trasportarne fino a quindici: sissignore, quindici!
Secondo il padre dei Moschettieri:
“Quando ce n'è per uno, ce n'è per due, è vero. Ma non conosco nessun proverbio, in nessuna lingua che dica: «quando ce n'è per uno, ce n'è per quindici». E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione!”. E passa quindi a descriverne la fauna umana su di esso stipata:

“Prima di tutto, e quasi sempre, un grosso monaco è seduto in mezzo e forma il centro dell'agglomerato umano che il corricolo trascina come uno di quei turbinii di anime che Dante vide, dietro un grande stendardo, nel primo cerchio dell'inferno. Il monaco sostiene su uno dei suoi ginocchi qualche fresca nutrice di Aversa o di Nettuno, e sull'altro qualche bella contadina di Bacoli o di Procida; ai due lati del monaco, fra le ruote e la cassa, si tengono in piedi i mariti di quelle signore. Dietro il monaco si rizza sulla punta dei piedi il proprietario o il conducente dell'equipaggio, che ha nella mano sinistra le redini e nella destra una lunga frusta con la quale imprime una eguale velocità all'andatura dei due cavalli. Alle spalle di costui si aggruppano, come gli staffieri delle buone famiglie, due o tre lazzaroni, che salgono, scendono, si succedono, si rinnovano, senza percepire alcun salario per la loro prestazione di servizio”.

Ebbene che dire, non è forse un quadro fedele, una riproduzione precisa di quanto ogni giorno si vede per le vie di Partenope? Provate a prendere un autobus affollato di mezza estate, e ditemi poi se non vi par d’essere una sardina stipata in una “buatta”, sotto sale e pronta per il banco!
Folle città, realtà vivida e complessa, decisamente poco etichettabile, Napoli da sempre ha offerto ai suoi visitatori e agli stessi napoletani un volto sfaccettato e molteplice: vera casbah mediterranea, ha le fattezze della sua sirena, metà donna verace e sanguigna, metà signora civettuola ed arcigna. Città di mare, città da amare, volto gentile e a tratti ostile, la bella Napoli continua a sorridere ai suoi tanti, numerosi amanti; scuote le chiome indomite e ribelli, s’aggiusta la veste sulle forme armoniose, come la bella Sofia in “Filumena”: s’asciuga il pianto con mano veloce, ecco è già pronta! Ancora una volta s’illumina e risplende, si offre generosa allo sguardo voglioso, al tocco nervoso dell’amante di turno, nonostante il dolore nel cuore, nonostante l’amore tradito negli occhi arrossati.
Ancora una volta, nonostante tutto, Napoli vive.

Marco Catizone